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Ritratti – Jon Dahl Tomasson

tomasson

È strano.

Pensavo che per questo spazio del mio blog avrei iniziato con uno dei grandi campioni del calcio – che ne so, un Maldini, un Del Piero, un Kakà, un Messi.

Invece, ieri notte, mi sono imbattuto in una partita di cinque anni e mezzo fa ed ho trovato il giocatore perfetto con cui iniziare a parlare di personaggi dello sport. La gara in questione è un derby, precisamente quello del 21 Febbraio 2004, quello che è passato alla storia come ‘Il derby della rimonta’. Accendo la tv quando la replica è già iniziata, ed eccolo entrare in campo, il nostro protagonista: col numero 15, Jon Dahl Tomasson.

State sorridendo vero?

Giustificabile farlo, non è certo un nome che accende la fantasia, ma Jon è stato probabilmente il miglior interprete possibile per un ruolo ormai in disuso o particolarmente odiato dai calciatori: quello di terza punta dalla panchina. Perché, se il Milan aveva, in quegli anni, come coppia titolare due mostri come Inzaghi e Shevchenko, dalla panchina a segnare per tutti entrava lui, lo ‘Scorpione Bianco’. Tecnicamente buono ma non eccelso, capace di giocare sia prima che seconda punta, Tomasson faceva del sacrificio e della freddezza sotto porta le sue caratteristiche principali.

Nella partita in questione, il danese entra in campo al 46’ al posto di Rui Costa e dopo 9’ è già in gol: di rapina, su respinta esilarante di Toldo, è come sempre il più veloce a ribadire in rete. Da lì in poi, il solito grandissimo lavoro sporco, tanta corsa per recuperare sull’avversario e per far salir la squadra. Ma oltre a quel gol, sono tanti quelli importanti segnati da Tomasson nelle sue tre stagioni rossonere: il 2-0 contro il PSV Eindhoven nell’andata della semifinale di Champions League del 2005; l’1-0 nella finale di Coppa Intercontinentale contro il Boca Juniors; l’1-0 contro la Juve in casa nel 2004 e l’esaltante, indimenticabile 3-2 contro l’Ajax nella Champions del 2003, quel gol che ha fatto impazzire tutti, porta la sua firma (per quanto abbiano fatto tutto Ambrosini ed Inzaghi).

Ma, oltre ai gol, quello che più esaltava di Tomasson era la sua professionalità: mai una parola di troppo, entrava e faceva il suo lavoro con personalità ed efficacia, per poi tornare in panchina con grande signorilità non appena Ancelotti decideva per l’Albero di Natale o per un redivivo Inzaghi o Crespo. Non tutti siamo nati per vincere il Pallone d’Oro: Jon Dahl lo sapeva, e sapeva che anche i grandi campioni hanno bisogno di grande supporto per vincere.

È anche così che si diventa beniamini dei tifosi, e sono certo che tutti i milanisti lo avranno rimpianto un po’ quando, nell’estate post-Istanbul e l’arrivo di Gilardino e Vieri (sic!) in rossonero, decise di lasciare il Milan per giocare con continuità in Germania, allo Stoccarda.

Giocatori così sono rari e forse lo si è fatto partire con troppa fretta: in ogni caso, Jon Dahl Tomasson è uno che il calcio lo conosceva e lo sapeva giocare. E con la solita, grande voglia di far gol. D’altronde…

«TOMASSON! TOMASSON! QUANDO GIOCA SEGNA SEMPRE TOMASSON!»

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