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Nick Hornby, Febbre a 90′

«Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé.»

Ci sono libri che sono più di libri, sono manifesti. Febbre a 90’ è uno di questi, un manifesto per l’intero movimento dei malati, degli ossessionati, dei tifosi di calcio. Il portato delle parole contenute in queste 244 pagine potrebbe spiegare a molti dei vostri amici perché, quando si decide di uscire il sabato sera, voi dobbiate sempre controllare (semmai non lo sappiate già) che la vostra squadra del cuore non giochi in quella serata.

L’AUTORE

Nick Hornby è uno scrittore inglese che ha scritto molto altro (e molto bene, provare per credere) dopo Fever Pitch (titolo originale del libro), ma grazie a questo suo primo libro del 1992 è diventato un’icona della letteratura calcistica in Gran Bretagna. Il libro è la diretta emanazione della passione di Hornby per l’Arsenal, di cui viene descritta l’ossessione fin dall’età di undici anni e che, dopo quel rapsus scattato in un Arsenal – Stoke City qualsiasi, lo ha portato a seguire la squadra da qui fino alla fine dei suoi giorni.

VITA = ARSENAL

La trave portante del libro è che il calcio non è un qualcosa di separato dall’autore, una specie di appendice, ma diventa parte integrante dell’essere ed addirittura la prima cosa che lo definisce. Le annate più o meno buone dell’Arsenal, quindi, arrivano a decidere se la sua annata è stata più o meno buona; le delusioni e le sconfitte dell’Arsenal diventano le sue grandi delusioni e sconfitte, e non c’è niente che possa farle andare meglio, così come le grandi vittorie sono le sue grandi vittorie che si ripercuotono anche sulla vita amorosa e lavorativa. Come si fa a farsi dare un due di picche, se la tua squadra ha appena vinto la coppa d’Inghilterra?

LA CONDIZIONE DEL TIFOSO DI CALCIO

Molti sottovalutano quello che significa essere tifoso di una squadra di calcio. Nick, essendoci dentro, ovviamente no. Lui per primo riesce a descrivere il fatto che questo non è un semplice sfogo o divertimento, ma una vera e propria fatica. Una fatica di cui a volte non si riesce a sopportare il fardello: ci sono volte in cui non ci si sente abbastanza coraggiosi per essere tifosi di calcio. Tutti ci siamo passati dentro perché le nostre squadre, per definizione, «sono incredibilmente fantasiose nel trovare nuovi modi per farci soffrire». Hornby è passato attraverso diverse finali perse a Wembley, di cui la prima contro una squadra di terza divisione; io, nella mia pur fortunatissima carriera di tifoso milanista, sono passato attraverso Istanbul e La Coruna; gli interisti hanno avuto il 5 Maggio (e tanti altri meravigliosi anni…), gli juventini hanno avuto Manchester e Calciopoli… e così via, passando in rassegna tutte le squadre del mondo. «La condizione naturale del tifoso di calcio è quindi l’amara delusione, indipendentemente dal risultato, e per il tifoso vero il calcio come divertimento esiste nella stessa maniera in cui in mezzo alla giungla esistono gli alberi che cadono: presumiamo che succeda, ma non siamo in grado di poterlo dire». È una visione estremista, è vero, ma non dite che non ci siete passati almeno una volta anche voi…

QUEL CHE SIAMO PER GLI ALTRI

Il legame con la propria squadra è talmente forte ed esclusivo che per gli altri Nick diventa l’Arsenal, e quando si vede alla tv che i Gunners hanno perso si pensa al dolore ed alla sofferenza che ‘quel pazzo’ di Nick sta provando. Così come si arriva, dopo un paio di anni, a sapere che qualsiasi cosa si stia programmando di fare, che sia un matrimonio o una cena, è subordinata al calendario dell’Arsenal quando si vuole invitare il protagonista. Questo, come si può capire, porta necessariamente a dover considerare il tifoso come un malato fatto e finito e si tende a definirlo solo in quanto tale, «come se l’essere tifoso di calcio precludesse la possibilità di avere una famiglia o un lavoro o un’opinione sulla medicina alternativa». Anche con le donne, nel momento in cui parliamo di calcio e di libri nella stessa conversazione, quello sguardo un po’ storto arriva di sicuro, per la serie “ma davvero possono coesistere due cose del genere nello stesso maschio?”.

HIGHBURY

Una parte importante del libro viene dedicata allo stadio dell’Arsenal, l’ormai demolito e leggendario Highbury del nord di Londra. Per molti tifosi ciò che diventa importante non è la squadra (o meglio, non solo la squadra), ma il posto in sé, il fascino dello stadio pieno e quelle migliaia di facce stravolte ed arrabbiate che seguono la partita. Ed allora quando si parla con gli altri non si dice «Sabato vado a vedere l’Arsenal», ma «Sabato sono ad Highbury», e c’è una differenza sottilissima ma decisiva per malato di calcio. Perché quando sei lì e succede qualcosa di importante, quel qualcosa di cui tutti parleranno il lunedì sui giornali, tu diventi decisivo tanto quanto i giocatori in campo. «E la cosa stupenda è che questo si ripete continuamente, c’è sempre un’altra stagione. Se perdi la finale di coppa in Maggio puoi sempre aspettare il terzo turno in gennaio. E che male c’è in questo? Anzi, è piuttosto confortante se ci pensi… ».

HEYSEL E HILLSBOROUGH

Tra le pagine più straordinarie del libro ci sono sicuramente quelle che parlano delle due più grandi tragedie sportive degli anni ’80, l’Heysel e Hillsborough. Per quelli come me, che sono nati dopo quegli eventi terribili ed hanno conosciuto un calcio molto diverso, quelle pagine sono oro perché riescono a testimoniare sia che cosa è successo sia perché è successo. È facile spiegare perché 39 persone sono morte in quello stadio derelitto, ma solo adesso ho capito che le ‘cariche’ dei tifosi erano una consuetudine degli hooligans per spaventare i tifosi avversari e che facevano parte della cultura stessa del tifoso inglese. Quel tipo di abitudini che porta Hornby a dichiarare che «l’Heysel fu espressione di una cultura che la maggioranza di noi, io incluso, aveva contribuito a creare. Non potevi guardare quei tifosi del Liverpool e chiederti “Ma chi è quella gente?”, perché lo sapevi già». Per quanto riguarda Hillsborough, invece, sembra di leggere un libro che parla di stadi italiani: strutture vecchie ed inadatte a sopportare un gran numero di persone, un’idea di stadio per cittadini della città e non per ‘pendolari del tifo’, pochi soldi e pochissima voglia di modernizzare gli impianti rimanendo indietro rispetto al resto d’Europa. L’Inghilterra è dovuta passare sui corpi di 95 persone per diventare il modello, bisogna aspettare che succeda lo stesso in Italia per avere lo stesso risultato?

IL FILM ED IL PIU’ GRANDE MOMENTO IN ASSOLUTO

Di questo meraviglioso libro c’è stata anche una trasposizione cinematografica del 1997, intitolata anch’essa Febbre a 90’ ed interpretata da un grande Colin Firth nei panni del protagonista, un’insegnante di letteratura che deve far convivere due storie d’amore: quella con un’insegnante di matematica e quella con gli undici giocatori dell’Arsenal. Il film è decisamente gradevole e ricalca in maniera fedele le tematiche del libro, anche se ovviamente manca delle sensazioni che le parole di Hornby riescono a suscitare. La scena finale del film è all’incirca la stessa fine del libro, che prende in rassegna quello che viene definito ‘Il più grande momento in assoluto’.

Liverpool – Arsenal, 26 Maggio 1989, ultima di campionato, prima contro seconda: dopo un campionato in testa alla classifica, l’Arsenal viene scavalcato dal Liverpool e deve vincere ad Anfield Road con due gol di scarto. I giornali scrivono che non c’è più speranza per l’Arsenal ed anche i tifosi sembrano non crederci più. Ed ovviamente finì che…

http://www.youtube.com/watch?v=lsfU3GnZZfA

PS: «E allora non c’è proprio niente che possa descrivere un momento così. Ho esaurito tutte le possibili opzioni. Non riesco a ricordare di avere agognato per due decenni nient’altro (cos’altro c’è che sia sensato agognare così a lungo?), e non mi viene in mente niente che abbia desiserato da adulto come da bambino. Siate tolleranti, quindi, con quelli che descrivono un momento sportivo come il loro miglior momento in assoluto. Non è che manchiamo d’immaginazione, e non è nemmeno che abbiamo avuto una vita triste e vuota; è solo che la vita reale è più pallida, più opaca, e offre meno possibilità di frenesie improvvise».

Nick Hornby, Febbre a 90’ (Fever Pitch), Guanda, 1992

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