Un lungo e doloroso addio: grazie Rasheed
Tu non mi puoi lasciare così.
Tu non mi puoi lasciare dopo una gara-7 giocata così.
Come la bella (ma stupida) dei film, che viene lasciata dallo stronzo di turno con un lunghissimo e meraviglioso bacio, e proprio per quello resterà condannata ad amarlo per sempre, io mi sento così, dopo l’ultimo bacio di gara-7. E sto male.
Raccontare cos’è per me Rasheed Abdul Wallace è probabilmente l’articolo più difficile affrontato finora nella mia vita. Come si possono mettere in parole tutte quelle nottate a seguire le vicende dei Pistons che mi hanno fatto ri-innamorare del basket? Come descrivere il suo fadeaway in post, la sua difesa in aiuto senza mai commettere fallo, l’intelligenza cestistica più alta mai vista nella testa più volubile che sia mai stata mandata su un campo da basket?
Forse ripercorrendo il lungo cammino che mi ha portato fino a questo articolo possiamo sfiorarne l’importanza.
La folgorazione del 2004
Mi innamorai di ‘Sheed come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé.
Parafrasando l’ormai leggendario Nick Hornby, a posteriori è quello che mi è successo seguendo le Finals del 2004. Devo ammetterlo, in quei tempi non seguivo molto la pallacanestro NBA: avevo fatto Tele + (poi Sky) solamente l’anno prima ed avevo seguito distrattamente gli Spurs distruggere i Nets di Jason Kidd con una quadrupla doppia sfiorata da Tim Duncan, nelle Finals del 2003.
Mi avvicinai alle Finals del 2004 più per seguire i Lakers dei quattro All Star + Phil Jackson che per tifare Pistons, di cui praticamente ignoravo l’esistenza se non per qualche figurina di Grant Hill, ma da quelle Finali non mi sono più staccato: vittoria allo Staples in gara-1 shockando il mondo; sconfitta all’overtime in gara-2 per colpa di una tripla di Bryant alla fine dei regolamentari (il cerchio si apre e si chiude, ma Kobe è sempre di mezzo…); vittoria in gara-3 in una partita che durò esagerando due
minuti, la prima che io avessi mai visto in diretta dal Palace of Auburn Hills; la vittoria di gara-4, che io vidi solamente nei minuti finali perchè dovevo andare a Gardaland (sic!); il trionfo di gara-5, che devo ammettere di non aver visto: ero partito per le vacanze il giorno prima, e cercavo disperatamente qualcuno che mi dicesse qualcosa sulla partita decisiva.
Curioso: Rasheed chiude la sua carriera con un solo titolo, ed io che l’ho amato visceralmente non l’ho neanche visto alzare quel trofeo. Ma quelle partite sono state la folgorazione, l’innamoramento istantaneo per quel giocatore capace di tutto sul campo da basket e con i primi segni di quella ONNIPOTENZA che me lo farà amare per i successivi anni.
Senza comunque dimenticare che ‘Sheed è stata solo la ciliegina su una torta straordinaria costruita negli anni, con Larry Brown in panchina a vincere il suo primo titolo e Chauncey Billups, Rip Hamilton, Tayshawn Prince e Ben Wallace a completare il quintetto, con Corliss Williamson, Lindsey Hunter e Mehmet Okur (oltre al maledettissimo Darko Milicic, su cui preferisco soprassedere) dalla panchina a dare energia. Roba per palati fini, roba da«DEEEEEETROOOOOIIITT BAAAAAAASKEEEEETTBBAAAAAAALLLLL», roba che molti appassionati odiano ma che io trovo irresistibili ed indimenticabili. Un anello storico che rinverdisce i fasti dei Bad Boys in quelli che sono chiaramente i loro eredi, per il modo di giocare e di interpretare il gioco del basket negli anni 2000. E Rasheed ne era il capo emotivo insieme a Billups.
Le Finals del 2005

Ecco, dopo la dolcezza del titolo del 2004, questo è un capitolo molto duro della mia storia con ‘Sheed. A quei tempi la mia passione per la NBA, sopita dalla fine dell’era Jordan e dal successivo three peat dei Lakers, era tornata prepotentemente alla ribalta, e quella meravigliosa serie del 2005 è stata la prima che ho visto interamente ed in diretta, facendomi ‘le nottate’. In molti ricordano quella sfida tra San Antonio Spurs e Detroit Pistons come noiosa e la cestinano in fretta, mentre io penso che solo le Finals di quest’anno sono state belle quanto quelle.
In entrambe le serie si è arrivati a gara-7, in entrambe le serie c’era Rasheed in campo, in entrambe le serie la squadra che io ho tifato ha perso, in una maniera che faccio ancora fatica a mandare giù. Gara-7 è la massima espressione della pallacanestro ma è terribile da superare, specialmente a livello di finale. Oltretutto, in quel singolo anno sportivo persi le Finals NBA, le finali scudetto con l’Olimpia con il canestro di Ruben Douglas con instant replay e, come se non bastasse, la finale di Champions con il Milan.
Quella di Istanbul.
Già questo basterebbe per stroncare un cavallo, ma l’aggiunta che rende quasi insuperabile quel 2005 (anche se il 2010 si sta impegnando seriamente) è che si arrivò alla sconfitta dei Pistons per un errore, imperdonabile, proprio di Rasheed in gara-5, a questo punto il peggiore della sua carriera.
Rimessa per gli Spurs con Horry sulla palla con 9.4 secondi da giocare nel supplementare, passaggio in angolo per Ginobili e ‘Sheed che fa? Va a raddoppiarlo, lasciando libero il più mortifero lungo tiratore ‘clutch‘ della storia della NBA.
Tre punti, Flavio Tranquillo che impazzisce alle sei del mattino, Spurs che tornano in Texas con il match point sulla racchetta e tutti contro il mio Rasheed. «That was bullshit» commenterà lui nel dopo partita, ma ormai è tardi per rimediare.
In gara-6 i Pistons si presentarono con la faccia delle grandi occasioni e vinsero, rimandando tutti i festeggiamenti a gara-7. Rasheed ovviamente giocò una gara stupenda, risolvendola nell’ultimo quarto con cinque punti (se la memoria non mi inganna) in un minuto e mezzo, con una tripla dall’angolo ed il tap-in decisivo per vincere. Quella partita però è talmente insignificante rispetto alla bullshit di gara-5 che non la ricordo nemmeno io. Figuratevi la storia…
Le grandi annate deludenti: 2006-2007-2008
Le possiamo accorpare tutte assieme, perchè tutte si sono concluse allo stesso modo. Pistons miglior squadra della NBA, a volte con il miglior record overall, quattro giocatori All-Star (e Dio solo sa perchè Prince no), dominio totale sulla regular season e puntualmente arrivati in finale di Conference.
E puntualmente sconfitti dall’avversario di turno.
Prima i Miami Heat di Wade e Shaq, poi il mostruoso James di QUELLA gara-5 al Palace, poi i Boston Celtics alla caccia del diciassettesimo titolo (e chi furono gli unici a vincere al Garden quell’anno? Sì, i Pistons in gara-2…).
Tre delusioni cocenti che hanno il minimo comun denominatore di ‘Sheed che perde la testa, che ad un certo punto spegne quando più serve ed i Pistons che perdono… È impossibile capire cosa passi nella testa di quell’uomo in quei momenti, l’unica cosa che riesco a capire è che Macchia Bianca non ha mai sopportato più di tanto Flip Saunders, che imponeva la difesa a zona a giocatori con un orgoglio smisurato. Saunders era ed è un allenatore da regular season, incapace di innalzare il proprio livello nei playoff e con un difficile controllo del gruppo, e forse proprio per questo ‘Sheed ha tentato di sabotarlo più volte con quegli atteggiamenti. Di sicuro non un atteggiamento positivo, specialmente se sei uno dei capi branco della squadra, ma questo è Rasheed: tra prendere e lasciare quasi tutti hanno lasciato, io ho sempre preso, aspettando il momento in cui la rivincita sarebbe arrivata.
L’anno più buio, il 2009

L’ultimo anno a Detroit è stato chiaramente il peggiore ed un pessimo addio a quella squadra che così tanto gli (mi) ha dato: stagione iniziata malissimo con la trade Billups-(contratto di)Iverson, continuata peggio con una squadra allo sbando, che trova l’ultimo posto utile per i playoff solo con una vittoria di vantaggio su Charlotte, ed eliminazione brutale in quattro partite contro Cleveland, in quella che solo due anni prima era la finale della Eastern.
Un anno su cui è difficile fare delle valutazioni, sia perchè ‘Sheed lo aveva chiaramente ‘dato su’ con enorme anticipo, in attesa della scadenza di contratto, sia per gli enormi problemi della città derivanti dalla crisi economica.
In estate Rasheed diventa free-agent, minaccia il ritiro anticipato se non arriveranno offerte sopra gli 8 milioni a stagione (ma chi ci crede, dai!), ed alla sua corte si presentano sei personaggi di un certo rilievo: Wyc Grousbeck, Danny Ainge, Doc Rivers, Paul Pierce, Kevin Garnett e Ray Allen, il gran consiglio dei Boston Celtics al completo. Lo corteggiano, gli espongono i loro progetti per l’ultima title-run e lo convincono ad indossare la canotta biancoverde, firmandolo con un triennale da quasi 19 milioni di dollari.
La notizia ovviamente mi riempie di felicità, sia perchè la possibilità di un secondo titolo è concreta, sia perchè Boston mi è sempre piaciuta e, con Rasheed, è una credibile candidata per fermare i lunghi dei Lakers.
Il 2010, l’anno coi Celtics
Ma non è tutto oro quel che luccica: Rasheed si presenta alla stagione di Boston con la faccia di quello che ‘ci rivediamo a Primavera’, letteralmente abolendo la regular season. Un po’ per gli acciacchi, un po’ per la scarsa voglia che uno del genere ha nell’affrontare le 82 interminabili partite della RS, un po’ perchè non si integra benissimo nell’ambiente celtico, ‘Sheed cazzeggia fino all’inizio dei playoff, e con lui tutta Boston che arriva da assoluta underdog alla post-season, con la numero 4 ad Est.
La Primavera arriva, e quindi tutti i Celtics si sentono autorizzati ad andare a risvegliare il can che dorme: «Rasheed, non è che ci fai ‘sto favore di giocarli sti playoff?». «Tranquilli raga, ci sono».
Ed effettivamente c’è! Carburando a ritmo lento, sia chiaro, ma già dalla serie contro Cleveland ci sono i primi segnali, come i 17 in gara-2 che permettono ai Celtics di dare un segnale a loro stessi per dire ‘Sì, siamo ancora vivi’. Poco importa che poi LeBron li demolisca in gara-3, perchè i biancoverdi si sono svegliati: tre vittorie consecutive per vincere la serie e l’onda lunga continua, vincendo anche le successive due partite ad Orlando in finale di Conference. Vittorie che significano Finals, e per la terza volta Rasheed si trova davanti alla serie che può portarlo all’anello.
Chi è Rasheed?

Prima di passare al racconto dell’ultimo capitolo, è giusto fare un piccolo passo fuori dalla cronaca. Questo articolo parla del Rasheed che ho visto io, quello dall’era Pistons in poi, perchè di quello che c’è stato prima, dell’epopea con i Portland Trail Blazers, purtroppo non posso dare la mia testimonianza perchè non li ho né visti né vissuti. Sì, ho il dvd della gara-7 contro i Lakers, quella della rimonta gialloviola del quarto quarto, in cui Rasheed giocò DIVINAMENTE per tre quarti, segnando di tutto ed in tutti i modi. Ma per il resto non ho altro, anche se di Rasheed c’è molto in quelle stagioni.
Se dovessi definire chi è Rasheed Wallace, userei prima di tutto la parola ONNIPOTENZA: non solo nel senso che ci insegna il vocabolario, ovvero di colui che è capace di fare qualsiasi cosa, ma anche e soprattutto nel senso lato del termine, come onni-potenza. Con questo io intendo che Rasheed è capace di tutto, ma veramente di tutto sui due lati del campo, ma che questo tutto è sempre in uno stato di potenza, che si attua secondo lune imprevedibili. Intendiamoci, non è il talento in potenza di Bargnani, che non si attua mai, perchè di testimonianze di ‘Sheed al suo massimo livello ne abbiamo molte in giro la sua carriera.
Però non sai mai quando questa prestazione possa arrivare, tutti siamo stati ostaggio delle sue lune e della sua volubile voglia di dominare, probabilmente anche lui stesso. Io mi sono innamorato di questo suo lato non appena l’ho riconosciuto, ed in quanto innamorato non mi sento costretto a dover dire perchè lo sono, lo amo e basta. So benissimo che ha sbagliato tantissime volte nella sua carriera, che ha preso tecnici che non avrebbe dovuto prendere, che non ha giocato partite in cui doveva essere il difference maker, so meglio di chiunque altro di tutto questo: ma se sentite il bisogno di sapere chi sarebbe stato ”Sheed con la testa a posto’, basta guardare tutto quello che ha fatto la più forte ala grande della storia della NBA: Tim Duncan.
(Che comunque quando l’ha incrociato ha preso anche delle sonore sculacciate, ricordiamolo…).
I tecnici e gli arbitri
Un altro capitolo di cui bisogna necessariamente parlare riguardo a Rasheed è il suo rapporto con gli arbitri, che lo ha reso celebre tra tutti gli appassionati: ecco, quello che vorrei evitare con questo articolo è ricordarlo come ‘quello che prendeva i tecnici’, perchè sarebbe un insulto riguardo a tutto quello che era in grado di fare su un campo da basket. É vero, ha sempre avuto una parola di troppo per gli uomini in grigio ed il suo caratteraccio (scorbutico, orgoglioso, pensante e cestisticamente intellettuale ed elitario) lo ha portato a stabilire il record di tecnici nella storia della NBA.
Ma ogni tanto bisogna pensare anche a quello che faceva DOPO i tecnici, quando a detta dei suoi compagni si presentava lo ‘Sheed migliore, quello arrabbiato, quello concentrato, quello ONNIPOTENTE.
Dal mio punto di vista, se per vedere quel giocatore c’è bisogno che prenda un tecnico, gliene faccio prendere anche un milione.
Il lato tecnico-tattico
In questo lungo commiato al mio giocatore preferito di sempre, voglio anche scrivere un po’ di quello che è stato ‘Sheed dal punto di vista tecnico-tattico, lato che mi affascina sempre molto quando si parla di sport.
Lui è stato un ’4′ per larghi tratti della sua carriera, giocando però anche da ’5′ in un basket più veloce come quello degli ultimi anni: in definitiva, un lungo old style, dai fondamentali sopraffini e dalla comprensione del gioco infinita.
In attacco il suo ufficio è stato per anni il post basso: dalle tacche Rasheed aveva numerose opzioni, la preferita era sicuramente il fade-away in svitamento verso la linea di fondo, ma non ha mai disprezzato anche il centro dell’area per finire con dei semiganci.
Negli ultimi anni della carriera però ha spesso evitato di andare in post, dove era troppo under the spotlight per i suoi gusti, preferendo diventare una minaccia fuori l’arco dei tre punti, dove agiva principalmente dopo i pick’n'pop con il playmaker. Proprio in questo modo è arrivato il suo titolo: i Lakers in cinque partite non trovarono antidoti ai suoi giochi a due con Billups, distruggendo Payton, Malone (per quanto ha resistito) e O’Neal. Da segnalare anche che è stato un passatore sottovalutatissimo, ma d’altronde con quel talento può permettersi di fare di tutto.
In difesa, con la testa al posto giusto, è stato a tratti anche migliore di Tim Duncan, se mi passate l’esagerazione: immenso negli aiuti difensivi sotto il proprio canestro, senza mai commettere fallo ed oscurando la vallata con un tempismo disarmante, decisivo anche in single coverage sul lungo avversario, dove aveva intelligenza e centimetri per chiudere a doppia mandata. Tra i tanti avversari affrontati ricordo i duelli sempre con Duncan, con Garnett, con Shaq e con Dwight Howard, che ha semplicemente ridicolizzato a più riprese. Quelli con Gasol della serie finale li lasciamo per dopo.
Fuori e dentro il campo
Musulmano, uomo di Philadelphia, ha una moglie, Fatima, che non so come possa sopportarlo con quella testa, e quattro figli, tre maschi ed una femmina. Capire chi è fuori dal campo è difficile perchè non si fa vedere molto in giro, quello che è certo è che la sua personalità si vede bene nel contesto del gruppo: gran parlatore, sempre in vena di scherzi (qui si autodefinisce ‘jackass‘, quando parla dei soprannomi dei suoi compagni) e quell’aria da filosofo del gioco che sembra dire ‘ah, io comunque ne so più di te’.
Ed è anche molto probabile che sia così: ‘Sheed ha una concezione elitaria del gioco che si può condensare nella sua espressione preferita, ‘BALL DON’T LIE‘, traducibile in italiano con il celebre ‘San Giuann fa mingh ingann’. Solitamente Radio ‘Sheed trasmette questo gingle dopo i tiri sbagliati degli avversari, specialmente se quei liberi derivano da una chiamata che non gli è piaciuta (e ce ne sono tante, ma tante tante tante…). Amante del gioco di squadra messo in atto dai suoi Pistons, detesta il protagonismo e l’arroganza di chi si sente già arrivato: non per niente uno dei suoi migliori amici nella NBA è Big Ben Wallace, andato undrafted e con un milionesimo del suo talento, ma è uno con cui si è inteso da subito.
Oltre al rapporto con gli arbitri, passerà alla storia anche quello coi giornalisti: tra le tante interviste infuocate, passerà alla storia questa, in cui ‘Sheed non risponde altro se non ‘Both teams played hard’ per tutta la conferenza stampa, in aperta contestazione contro il mondo intero.
L’ultimo bacio

Dopo così tanto parlare, è anche giusto iniziare a chiudere questo articolo, e bisogna passare necessariamente dalla serie contro i Lakers: ‘Sheed ha giocato la sua terza finale a livelli altissimi, anche se piuttosto altalenanti come i suoi minuti in campo. Delle prime sei gare, c’è da ricordare il primo tempo di gara-2, in cui ha letteralmente cancellato dal campo Pau Gasol, stoppandolo ed umiliandolo in varie occasioni. Per aver ragione di Sheed il catalano (che intendiamoci, per me è il miglior lungo della NBA) ha dovuto tirar fuori numeri da circo, cose che non dovrebbero essere permesse ad un 2.15, e questo può dare idea della grandezza difensiva di Rasheed.
Anche in gara-4 il nostro ci ha messo lo zampino, sia in difesa dove ha chiuso tutto il possibile, sia in attacco con la tripla (da 8 metri, ma vabbè!) del 79-70 che ha scavato il solco definitivo in una gara tirata.
Il tutto però arrivando alla decisiva ed ormai leggendaria gara-7: a Perkins saltano i legamenti del ginocchio nel primo quarto di gara-6 ed i Celtics la danno su, affidandosi a ‘Sheed per la partita decisiva, mandandolo in campo al posto del centro titolare. E come ha risposto? Con una delle sue migliori partite di sempre, isolandosi in post e producendo sei punti in tre possessi nel primo quarto, con dei canestri uno più bello dell’altro. Ma non è tanto l’attacco, per quanto importante, ma la difesa: con lui in mezzo all’area i Lakers non segnano MAI, tirando con percentuali orrende e restando sotto nel punteggio nonostante i tantissimi rimbalzi d’attacco.
Nel secondo tempo ‘Sheed torna in campo ma è evidente che ha problemi fisici: già aveva affrontato la serie con problemi alla schiena, poi il dover giocare così tanti minuti per esigenze di squadra esige il suo obolo a 35 anni, ed infatti arrivano i crampi ed altri problemi muscolari. Nonostante questo ricomincia a dominare, con lui dentro i Celtics arrivano a +13 nel terzo quarto e sembra che la storia stia girando dalla loro parte.
Non sarà così: ‘Sheed è in panchina, entra Odom ed i Lakers ricuciono lo strappo andando in vantaggio nel quarto quarto grazie ad alcune magate di Gasol e Fisher ed ai 20 tiri liberi tirati nell’ultimo periodo. I Celtics, però, sono una squadra di uomini veri e non si arrendono: tre triple in un minuto li tengono in partita fino all’ultimo e proprio tra quelle tre triple ci sono gli ultimi punti di Rasheed in NBA. Allo scadere dei 24 secondi, con la palla scaricata in ala in piena emergenza, ‘Sheed inventa un tiro assurdo e lo mette, perchè ai grandi campioni più sono difficili e più piacciono. A circa trenta secondi dalla fine l’ultima sua giocata: i Lakers raccolgono l’ennesimo rimbalzo d’attacco, Kobe si lancia in area e ‘Sheed è in ritardo di un decimo di secondo sulla linea di penetrazione, quel tanto che separa un fallo in attacco dal suo sesto fallo. Gli arbitri fischiano a suo sfavore anche per via del maledetto semicerchio e lui esce dal campo, provato nel fisico e nell’animo per la seconda finale persa in gara-7, dopo quella del 2005. Tre ne ha giocate e due ne ha perse in questo modo: direi che è abbastanza per capire che quando conta ‘Sheed non tradisce.
É l’ultimo bacio, il più sofferto, il più duro da accettare, il più crudele: come dirà poi Doc Rivers in conferenza stampa, «non so se Rasheed giocherà ancora. Penso che in campo stasera ha dato tutto quello che gli rimaneva, e penso che voglia ritirarsi. Si può vedere anche da come ha giocato, stava dando l’anima, aveva i crampi e delle distorsioni, ma stava comunque tentando di trovare un modo per stare in campo».
Il ritiro, non ci sarà più…
Devo essere sincero, non mi aspettavo che Rasheed si ritirasse, non dopo quella gara-7. Capisco che probabilmente è anche la scelta più giusta da un certo punto di vista perchè lascia da super-vincente nonostante la sconfitta, perchè lascia con la miglior immagine possibile di sé dopo una partita leggendaria.
Però dentro di me non riesco ancora ad accettare, pur dopo due giorni che ne sono a conoscenza, che l’anno prossimo non ci sarà più la sua Macchia Bianca in campo…
Non ci sarà più la sua fascetta, il suo 30, il suo tatuaggio egizio sulla spalla destra, la cintura di campione del mondo esibita per tutto il 2005…
Non ci saranno più le sue mattanze, i suoi falli tecnici, le sue triple prese per fare un favore agli altri, l’abolizione della regular season, le partite da 3 punti e 4 rimbalzi in 14′ di gioco che mi fanno sacramentare al fantabasket (sì, non ho resistito a prenderlo, troppo cuore…), i canestri impossibili e quindi segnati come lampi nella notte…
Non ci saranno più i tiri in riscaldamento da centrocampo di sinistro, i balletti in mezzo ai compagni, la corsa con Hamilton per chi arriva primo in panchina dopo l’inno, il saluto con Ben Wallace, i BALL DON’T LIE gridati dopo i tiri liberi sbagliati dagli avversari, le polemiche con la NBA e David Stern, le multe, le interviste infuocate, il trash talking, la faccia enigmatica di quando smette di giocare…
Non ci sarà più l’illudersi che questo possa essere l’anno per il secondo titolo per poi ritrovarsi fuori alle finali di conference, con lui che perde la testa ed i Pistons che perdono la serie…
Non ci sarà più la sua difesa in aiuto, il suo isolamento in post basso con fade-away verso la linea di fondo, la comprensione del gioco, la stoppata senza saltare in marcatura sul suo uomo, il vedere tutto con un secondo d’anticipo, i rimbalzi con schiacciata, i canestri da metà campo, il cancellare dal campo il proprio diretto avversario, il rispetto per la pallacanestro…
Non ci saranno più i 211 centimetri di scienza cestistica più rissosi ed incomprensibili che il basket NBA abbia mai visto. E di tutto questo chi ama la pallacanestro deve rendere grazie, perchè uno così non tornerà mai più.
Da parte mia, grazie di tutto Rasheed, perchè sei stato la mia croce e la mia infinita delizia per tutti questi anni di basket NBA. Ci saranno altri campioni da adorare e tifare, altre squadre da applaudire e per cui gridare alle sei del mattino, ma mai più un altro come te, che mi ha fatto emozionare come nessun altro giocatore di basket era riuscito a fare. Rimarrai per sempre il numero uno della mia vita sportiva.
GRAZIE.

PS. L’ultimo mistero riguardante Rasheed: dopo la fine di gara-7, ancora vestito da partita, va davanti agli spogliatoi degli arbitri perchè vuole parlargli. Mette dentro la testa, chiede a Danny Crawford di uscire per salutarlo e viene cacciato fuori. Arrivano gli uomini della sicurezza, lui aspetta lì fuori mormorando «voglio solo parlargli» ai giornalisti che gli chiedono perchè sia lì e dopo cinque minuti che nessuno gli dice nulla se ne va, da solo, senza dire una parola. È l’ultima testimonianza che abbiamo di Sheed nella NBA (dubito che Stern lo voglia da qualche parte anche solo come analista televisivo) ed è il simbolo di un uomo che, semplicemente, non è stato neanche ascoltato dalla Lega più importante del mondo.
PPS. Sia chiaro che se ritorna a giocare domani mattina sono l’ultimo ad essere sorpreso eh!
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