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E’ caduto il muro di Berlino, come disse Petrarca

Solo et pensoso i più diserti campi
vo mesurando a passi tardi e lenti,
et li occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio uman l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché ne li atti d’allegrezza spenti
di fuor si legge com’ io dentro avampi.

Sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né si selvagge
cercar non so, ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co · llui.



Sono parole celeberrime di Francesco Petrarca, ma leggetele con lo stato d’animo che può avere LeBron James in queste ore, sostituendo l’Amor con l’Anello NBA che anche quest’anno gli è sfuggito… Calzano a pennello.

Capire cosa si annida nella mente del Re è impossibile, ma il linguaggio del corpo delle ultime due gare va in una sola ed unica direzione: l’anno prossimo non sarà più a Cleveland e questo apre scenari infiniti di cui parlare, dal futuro della franchigia dell’Ohio senza il giocatore simbolo della storia dello Stato alle prospettive (ben più egoistiche) del nostro Danilo Gallinari a New York.

Non c’è, o almeno non mi ricordo, un evento nella storia della NBA che si possa avvicinare così tanto ad una specie di caduta del muro di Berlino: sia per i significati intrinsechi che l’eliminazione dei Cavs si porta dietro, sia per gli effetti che avrà sulla prossima decade del basket a stelle e strisce, e non ultimo il senso generale di confusione che si sta scatenando in queste ore sui blog e forum di tutto il mondo (New York e Chicago in primis).

Sarebbe ‘bello’ essere a Cleveland in questo momento per poter descrivere lo stato d’animo di una città che, con la partenza di LeBron, sarebbe sull’orlo del baratro non solo sportivo, ma anche economico: James è una multinazionale che muove interessi e milioni di dollari di fatto, e non averlo più avrebbe sicuramente conseguenze sull’intero impianto di una città che ha solo lui per proporsi in modo decoroso agli occhi del mondo.

La fine dell’era LeBron, come detto splendidamente da Gerry sul blog ‘We Got Game’ (da visitare più volte al giorno per chiunque sia appassionato di NBA), è “una simbolica abdicazione non solo di una squadra di basket, ma di una missione, di un’idea, di un sogno, di una poesia”. A Cleveland tutto questo è finito e probabilmente nel peggior modo possibile, con gli spettatori che abbandonano la Quicken Loans Arena fischiando la squadra e con il Re che dichiara infastidito di aver “viziato troppo i tifosi”.

Saranno giorni e mesi lunghissimi quelli che separano i Cavaliers da qui al 1^ Luglio, data in cui scade il contratto del Prescelto e si saprà cosa vorrà fare: a mio modo di vedere c’è un solo motivo per cui lui possa rimanere in Ohio, ed è quello di ‘sentirsi in dovere’ di dare un titolo alla sua gente, che inanella delusioni su delusioni da quarant’anni; ma è questa la squadra che può permettergli di farlo?

Gli ultimi sette anni ci dicono di no. E probabilmente lo dice anche lui.

Comments (1)

 

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