(Anche io ho) Una cosa divertente che non farò mai più
Ho visto, ed ancora non ho capito bene perchè, gli Atlanta Hawks andare a Cleveland con l’atteggiamento di chi sta andando a fare una sgambata di salute.
Ho visto gli Atlanta Hawks, sì, quegli stessi Atlanta Hawks che l’anno scorso persero 4-0 nella serie contro i Cleveland Cavaliers, vincere per 99 a 83, mettendo solo la seconda marcia in caso di necessità.
Ho visto i Cleveland Cavaliers, pronti-via, sbagliare i primi otto tiri della propria partita e perdere tre palloni consecutivamente, uno in maniera più fantasiosa dell’altro, senza segnare neanche un punto per i primi cinque minuti di gara.
Ho visto gli Hawks andare sul 10-0 con non meno di tre canestri provenienti direttamente dal passaggio d’apertura. E due di questi sono stati conclusi dal loro centro. E i passaggi erano a tutto campo.
Ho visto un mestierante come Marvin Williams dominare una partita NBA, 31 punti con 14 tiri, 10/11 ai liberi, 3/5 da tre, con 7 rimbalzi.
Ho visto Alonzo Gee riuscire ad essere sia il peggiore che il miglior giocatore dei Cavs nel primo quarto, ed ancora non riesco a capire come abbia fatto.
Ho visto Baron Davis entrare con la faccia di quello che ne sa più di tutti, ricevere palla al gomito, spiegare basket con assoli al sax ed osservare. con regale distacco, Jeff Teague andargli via e segnare con un comodo lay-up nel nulla della difesa di casa.
Ho visto le riserve dei Cleveland Cavaliers giocare meglio, molto meglio dei titolari. Ed ho capito che avere delle pippe come starters non è una cosa accessoria, è IL segreto per non rischiare di vincerne neanche una partita.
Ho visto la difesa dei Cavs liquefarsi ogni qual volta gli Hawks si sono avvicinati al canestro.
Ho visto una squadra in cui J.J. Hickson, uno che deve ancora dimostrare di essere più forte della sua riserva (l’onesto ma interessante Samardo Samuels), essere trattato come il giocatore franchigia.
Ho visto, o per meglio dire non ho visto, neanche un blocco degno di questo nome portato dai lunghi dei Cavs in 48′. E ho visto Hollins commettere ben due blocchi in movimento lo stesso.
Ho visto, e purtroppo credo che non sia la prima volta che passa, il sondaggio della tv dei Cavs chiedere ai propri tifosi qual è la maggiore necessità della squadra al prossimo Draft:
A) Punti
B) Playmaking puro
C) Gioco interno
D) Stoppate
senza che sia stata data la possibilità di scelta E) Tutte quelle citate.
Ho visto e sentito il Colour Commentator, la seconda voce e storico giocatore dei Cavs Austin Carr, esaltarsi per ogni canestro e gridare, con rantolo post-eiaculatorio, “… and knooocks it down deeeep in the Q(uuuuuuuuuuuuuuuuuuu)”.
Ho visto passare sullo schermo del mio iPad, per non meno di cinque volte, la pubblicità di tutte le offerte per gli abbonamenti che la parte marketing della franchigia ha ideato per invogliare i tifosi dei Cavs (comunque numerosi) a rinnovare il proprio posto anche per l’anno prossimo.
Ho visto Byron Scott rimanere con la stessa faccia di merda, nel suo completo color merda, per tutta la durata di questa partita di merda.
Ho visto Ramon Sessions dare il meglio di sé nel momento in cui ha smesso di pensare a cosa stava facendo.
Ho visto la calce e lo sporco davanti al tavolo dei commentatori, ultimo segno tangibile di un regno che fu.
Ho visto Baron Davis, cercato dai suoi compagni come l’acqua nel deserto, prendersi tutti i tiri che gli passavano per le mani e per la testa, anche da metà campo, pur di non passarla a Luke Harangody.
Ho visto Christian Eyenga e Alonzo Gee sbagliare una quantità di tiri completamente liberi che, per un breve ma significativo attimo, mi hanno fatto pensare ‘beh, quasi quasi in NBA posso giocarci anch’io’.
Ho visto i suddetti Eyenga e Gee giocare a pallacanestro, ed ho ripensato a chi occupava il ruolo di ala piccola nel quintetto dei Cleveland Cavaliers negli scorsi otto anni… e mi sono sentito, per un breve ma significativo attimo, parecchio male.
Ho visto la difficoltà in ogni singolo gesto, parola o inezia di una franchigia e di una città che cerca di ricominciare, dalle macerie, con un gruppo di giocatori senza presente, con un coaching staff senza sostanza, con un front managing senza idee, e con una proprietà senza speranza.
Ma ho visto anche la voglia di non lasciarsi andare, di fare schifo senza comunque offendere il gioco del basket, di provarci se non altro per quei poveri cristi che ancora non li hanno abbandonati, sugli spalti della Quicken Loans Arena. E lanciarsi su un pallone a metà campo per poi subire un contropiede immediato, svariati piccioni viaggiatori che vanno lontano (davvero lontano) dal ferro lanciati con la voglia di chi non si tira indietro davanti alle responsabilità, lamentarsi con l’arbitro per tre minuti per un fallo non fischiato sul -15.
Ed ho capito che, in fondo in fondo, io i Cleveland Cavaliers dell’anno di grazia 1 Post-South-Beach, li amo davvero tanto.
PS. Per chi non l’avesse colto, questo pezzo è una rivisitazione personale in salsa Cavs del primo capitolo di ‘Una cosa divertente che non farò mai più’ di David Foster Wallace, un libro che consiglio a tutti di leggere per capire che scrivere bene è particolarmente difficile, ma farlo facendo ridere è roba per pochi eletti. David era uno di questi. Enjoy!
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